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   Zachary Richard

   "Intervista"

Questa intervista a Zachary Richard costituisce un’opportunità per approfondire alcuni aspetti legati alla sua copiosa produzione artistica, oltre che gettare uno sguardo sulla realtà del popolo dei cajun della Luoisiana, tenacemente impegnati a conservare la propria identità culturale in un’epoca, quella della globalizzazione, in cui tutto pare ormai destinato a omologarsi a modelli standardizzati.

D: ll “cajun” è un linguaggio parlato ancor oggi da molte persone in Louisiana o ritieni che sia destinato a scomparire ?

ZR: Ci sono approssimativamente 250.000 persone che parlano il francese in Louisiana, di cui la maggioranza ha più di 60 anni. La mia generazione si può considerare la “generazione perduta”. I nostri genitori, la cui prima lingua era il francese, a causa di una varietà di influenze culturali non parlavano ai loro figli (la mia generazione) in francese. Oggi vi è un interesse rinnovato a proposito di questo genere di linguaggio tra i genitori della mia età o più giovani. Da circa dodici anni si sono applicati con successo programmi di “immersione” francese nelle scuole. Personalmente credo che il francese sarà parlato sempre in Louisiana. Il rinnovato interesse e un grande senso d’identità hanno già avuto un grande effetto sul modo in cui il linguaggio è concepito. Se questo assicurerà la conservazione del linguaggio, è tuttavia un interrogativo al quale potrà rispondere solo la prossima generazione.

D: Ci sono oggi affinità e relazioni tra i Cajuns della Louisiana e gli Acadiens che ancora vivono in Nuova Scozia e Nuova Brunswich ?

ZR: Dall’ Acadian World Congress del 1994 e quello del 1999 la consapevolezza di una comune identità acadiana è cresciuta. La consapevolezza è più sviluppata nelle zone marittime del Canada poichè l’identità acadiana è più forte là. La comunità Cadien (Cajun) della Louisiana è invece, purtroppo, largamente ignara delle proprie origini storiche. Durante i quasi 250 anni da quando gli Acadiani arrivarono in Lousiana (1763), la memoria collettiva è declinata e una nuova identità, quella cajun, si è evoluta. Il ricordo dell’esilio e della deportazione è sbiadito nel tempo. L’identità cajun, anche se radicata nell’esperienza Acadiana, ha incorporato vari elementi tipici della Louisiana. La relativa mancanza di riconoscimento tra i Cajuns e le comunità acadiane del Canada è dovuta alla mancanza d’informazione sulla nostra storia comune. Gli Acadiani del Canada, tuttavia, hanno mantenuto una connessione culturale più accentuata con l’evento della deportazione e quindi sentono un legame più forte con i discendenti dei esiliati acadiani, quelli che finirono in Louisiana. Negli ultimi 5 anni i legami tra le comunità marittime acadiane del Canada e quelle della Louisiana si sono grandemente sviluppati.

D: Puoi dirmi qualcosa sull’inizio della tua carriera? Il Cajun è stata la tua prima passione musicale o hai iniziato, come molti giovani, con il rock’n’roll e con altre forme più moderne di musica ?

ZR: Sono cresciuto ascoltando il rock’n’roll: I miei primi tre album sono stati “Out of our heads” dei Rolling Stones, “The sound of silence” di Simon & Garfunkel e “Turn, turn, turn” dei Byrds. Gli stili contenuti in questi tre album, blues, folk e folk-rock costituiscono ancor oggi la maggiore influenza sul mio songwriting. Ho scoperto la musica cajun nei primi anni ’70 grazie ai soldi avanzati dal mio primo disco (High time, the elektra recordings - Rhino handmade), grazie ai quali comprai una fisarmonica che mi permise di accostarmi al mondo della musica francese in Louisiana.

D: Fin dall’inizio della tua carriera tu hai sviluppato un approccio moderno alla musica cajun che hai rivitalizzato tramite l’uso di strumenti elettrici e la fusione con altre influenze musicali : Blues, r’n’r, funk… Sei stato davvero il primo a fare questo tipo di esperimenti, o ci sono stati altri musicisti in precedenza? ( non conosco Gib Gibleu, ma ho letto che suonava un misto di rock e cajun fin dai tardi anni ’60!)

ZR: Non sono mai stato un musicista “tradizionale”, nel senso che non ho mai cercato di interpretare unicamente delle canzoni create dalle generazioni precedenti. Il mio interesse verso la musica cajun è epidermico ed ha molto a che fare con il mio senso d’identità. Quello che mi interessava della musica in se stessa era la possibilità di creare una nuova interpretazione, che ultimamente mi ha portato al tentativo di mischiare il cajun con altri stili musicali. Apprezzo e vengo influenzato da una miriade di generi musicali e non ho mai cercato di indirizzare verso uno stile specifico le mie composizioni. Al contrario ho sempre cercato di creare qualcosa di nuovo.

D: La tua musica viene generalmente classificata come cajun ( sia pure arrangiato in una maniera moderna) , ma io ho trovato anche influenze zydeco, ad esempio in dischi basati sulla musica da ballo come “Alons Dancer”.

ZR: “Allons dancer” è più derivato dal funk. L’influenza primaria su quel disco era il r’n’b di New Orleans.

D: Perché, fin dall’inizio della tua carriera, hai lasciato la Louisiana per trasferirti in Canada e poi in Francia? La tua scelta era motivata dalla opportunità di trovare in quei Paesi una accoglienza migliore per la tua musica, considerato che le tue canzoni sono scritte in francese?

ZR: La forza del linguaggio nella diffusione di una cultura non può essere sottovalutata. Infatti per un cantautore come me la questione del linguaggio è fondamentale. Scegliendo di scrivere in francese mi sono naturalmente avvicinato al pubblico francofono. Anche in Louisiana i miei ultimi dischi in francese, i più venduti della mia carriera, rimangono relativamente sconosciuti. Le stazioni radio della Louisiana che trasmettono musica in francese sono riluttanti a suonare la mia musica , in quanto questa si discosta per la maggior parte dalla tradizione, ed il fatto di cantare in francese mi preclude dall’essere trasmesso dalle radio americane. Quando “Cap enragè” fu registrato, venne proposto a diverse compagnie discografiche americane; quasi tutte si mostrarono interessate, ma nessuna si sentiva pronta ad investire in un disco in lingua francese. “Traducilo in inglese” dicevano tutti, ed era una cosa che non mi sentivo ispirato a fare. D’altra parte sto preparando un nuovo disco in lingua inglese.

D: Non temi di perdere, vivendo lontano dalla Louisiana, il contatto con le tue radici musicali ?

ZR: No. Quando sono tornato in Louisiana negli anni 80 e ho iniziato a registrare per il pubblico americano ero deciso a crearmi un’immagine che si identificasse con la Louisiana. E’ stato solo dopo il mio quarto disco in inglese (“Snake bit love”) , che ho iniziato ad avventurarmi fuori dal ghetto musicale in cui mi ero rinchiuso. Da cantautore rifiuto qualunque restrizione sui testi e sulla musica. Scrivo canzoni nel modo in cui le vorrei sentire. Ho ancora una casa in Louisiana in cui torno ogni volta che ne ho la possibilità e le mie canzoni hanno ancora il sapore della Louisiana, un sapore che continuerebbero ad avere anche se vivessi a Timbuctu.

D: Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra la scena musicale canadese e quella americana ?

ZR: La differenza principale consiste nel fatto che nel Quebec esiste una scena francofona. Non ci sono grandi differenze tra la scena canadese e quella americana. In Quebec, tuttavia, c’è un’intera cultura letteraria e cinematografica oltre che musicale. Anche se non è così estesa come la cultura popolare americana quella del Quebec comprende, al pari di quella musicale, una vasta gamma di altre attività creative, dai film, alle commedie, ai libri ed esiste una considerevole comunità artistica che purtroppo resta sconosciuta al pubblico anglo-americano.

D: Durante la tua carriera hai scritto molte splendide canzoni. Puoi dirmi qualcosa riguardo al tuo metodo di composizione: a tuo giudizio la creazione di un brano deriva dall’ispirazione o è il frutto di esercizio, tecnica e applicazione ?

ZR: La composizione è un mistero per me, ed è meglio che sia così. Solitamente una melodia mi arriva mentre suono il piano o la chitarra, anche se può succedere mentre cammino per la strada. La melodia è la parte semplice. Più o meno con i testi funziona così: una particolare frase melodica scaturisce di solito mentre sto suonando; in seguito tale suono si trasforma in una parola che costituisce l’idea base sulla quale viene infine costruita tutta la canzone. Non ho controllo sul linguaggio, ma credo che la scelta della lingua dipenda principalmente dal contesto linguistico in cui mi trovo, anche se ho scritto canzoni in entrambe le lingue ovunque. Una volta che la parola è diventata un’idea il resto è per lo più tecnica e consiste nel riempire gli spazi vuoti. L’ispirazione originale, comunque, deriva da una fonte misteriosa che non proverò nemmeno a descrivere.

D: Puoi descrivermi quali sono, secondo te, le principali caratteristiche di una buona canzone ( ritmo, melodia, testo…) e se è più difficile scrivere una ballata o un pezzo rock ?

ZR: Una buona canzone è una che ti fa sentire qualcosa.

D: C’è tra le tue composizioni qualcuna che sei particolarmente fiero di aver scritto ?

ZR: Ci sono canzoni con un contenuto sociale di cui sono particolarmente fiero: “Reveille” è la prima. Anche “No French no more” e “Sunset on Louisiana” sono particolarmente importanti per me. Mi piace pensare che le mie canzoni possano avere un’influenza positiva sul modo in cui la gente percepisce i problemi, siano essi sociali o meno. Detto questo, non mi sono mai seduto a scrivere con l’intenzione dichiarata di mandare un messaggio. Prima deve esserci l’ispirazione.

D: Puoi scegliere per i lettori un disco, o più dischi che consideri più rappresentativi della tua evoluzione musicale nei vari periodi della tua carriera ?

ZR: Bayou des mysteres -Live in Montreal - Zack’s bon ton -Women in the room- Snake bite love - Cap enragé

D: Tra i tuoi album apprezzo particolarmente quello registrato dal vivo a Montreaux. Non pensi che il concerto sia la dimensione ideale per la tua musica ?

ZR: Credo che incidere in sala di registrazione sia molto difficile per chiunque. La sfida sta nel trovare un modo di comunicare un’emozione al di fuori del magico contesto del concerto. Lo studio è un posto scoraggiante per qualunque artista, dove devi trovare un’emozione stando solo con un microfono. All’opposto il palco è per me un momento molto amichevole dove è facile lasciarsi andare. Questo si risolve in una potente esperienza. Ho sempre avuto problemi a ricreare quel potere nello studio, ma penso di esserci riuscito con gli ultimi tre album in un modo in cui non ero mai riuscito prima.

D: Hai avuto la fortuna di avere nella tua band molti buoni musicisti: ricordo specialmente due grandi chitarristi: il primo è Sonny Landreth, che in seguito si unì alla band di John Hiatt e divenne uno stimato solista, e Freddy Koella, che poi suonò con Willy DeVille. Che opinione hai di questi chitarristi?

ZR: Con Sonny ho suonato solo al New Orleans Jazz Festival e farò una tournee con Freddy nella tarda estate. Entrambi sono musicisti incredibili. Ora sto girando con Eric Sauviat e Steve Hill, a loro volta notevoli musicisti.

D: Parallelamente al tuo impegno di musicista hai sviluppato anche un’attività di talent scout e produttore, scoprendo negli anni ottanta un eccellente gruppo come Les Freres Michot. Esistono attualmente in Canada e in Louisiana delle giovani band che vorresti produrre ?

ZR: Sono stato contento di produrre Les Freres Michot ed il primo album di Steve Riley and the Mamou Playboys. A quel tempo era una sfida per vedere cosa potevo tirare fuori dal mio studio di casa e come potevo collaborare con dei musicisti che, sentivo, avevano talento. Tuttavia, non sono un produttore e non ho nessuna ambizione di diventarlo.

D: La tua musica spesso mi ricorda Willy DeVille. Il suono è diverso, ma nei lavori di entrambi posso sentire la stessa ricerca di una fusione tra ritmo e melodia e di una miscela di tendenze moderne e tradizionali. Come ti sembra la comparazione tra i vostri due stili ?

ZR: Mi sembra valida.

D: I tuoi ultimi dischi, da “Women in the room” a “Cap Enragè” mostrano un cambio di stile: arrangiamenti più raffinati, meno influenze cajun, più attenzione nella composizione. Quali sono stati gli elementi alla base di questo cambiamento: la nuova etichetta (la major A&M), il nuovo produttore, la necessità di trovare un linguaggio più universale…?

ZR: Difficile dirlo, ma mi sembra una progressione naturale. Ho iniziato come cantautore con “High Time” e “Bayou des mysteres”. Negli ’80, quando sono tornato alla Louisiana, mi sono immerso nella sua musica e sono stato associato a generi ballabili quali cajun-zydeco-ibrido rock. L’energia con cui suonavo dal vivo ha portato ad una mia caratterizzazione che evidenziava la performance energica a scapito della composizione. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, sono riuscito a caratterizzarmi per il songwriting molto di più. Mi sembra un progresso naturale.

D: Puoi presentarci brevemente il tuo ultimo disco: Coeur fedele ?

ZR: E’ un buon disco e spero che vi piaccia.

 

 

 

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